Mirai (in giapponese significa "avvenire", quindi non è Miray!) Trunks - che, per i meno attenti, è Trunks proveniente da un futuro alternativo nella saga di Cell - torna nel suo passato per salutare i suoi affezionatissimi parenti, tra cui il Trunks della sua epoca che è solo un bambinetto.
Dopo aver spettegolato del più e del meno, Mirai Trunks chiede alla madre di questa timeline un luogo sicuro per la sua macchina del tempo, non potendo ridurla ad una capsula perché "il congegno si è rotto".
Parentesi leggera numero uno: alzi la mano chi si prepara ad un lungo viaggio e non fa controllare almeno il livello dell’olio. Ecco, appunto.
Ovviamente, con una macchina del tempo in garage, quantunque un pochino difettosa, il solito impiccione di turno DEVE provare ad entrarci, pasticciarci o quantomeno sfiorarla, altrimenti la trama non va avanti: e difatti Marron (figlia dell’androide 18 e di Crilin) si nasconde al suo interno dal padre, che la cerca dappertutto. Trovatala, sale al suo interno per prendere la povera creatura (povera un corno, io l’avrei sculacciata per benino), e in un’incredibile concentrato di sfida la macchina del tempo parte da sola per un’altra dimensione.
Mirai Trunks è sconvolto perché non può più tornare a casa dai suoi, C18 invece sta lì per un buon quarto d’ora a collegare che la macchina del tempo è sparita perché suo marito e sua figlia dovevano giocarci un pochetto. Un genio.
Gira che ti rigira, indovinate, dove sono andati a finire i due cretini? In una dimensione diversa sia da quella di Mirai Trunks (che nella sua timeline ha distrutto gli androidi), sia dalla propria. C18 è ancora viva, vegeta e molto incazzosa - in sostanza mia sorella adottiva, giacché ha capito quanto sono dementi padre e figlia. Marron, nonostante l’androide le spari addosso tre quintali di ki-blasts, le si avvicina gioiosa chiamandola mamma, e questa non perde occasione di rapirla. Crilin, come ogni padre di buonsenso, cerca aiuto tra chi è più forte (e intelligente, aggiungerei) di lui: va alla Capsule Corporation di questa dimensione e spiega tutto ai convenuti.
Parentesi leggera numero due: Si sono trasferiti tutti in città? La Capsule Corporation è un albergo a diciannove stelle?
Mentre nella dimensione alternativa C18 e suo fratello C17 (chiamato con "un’acceno"...) ridono crudelmente al pensiero di Crilin in cerca di sua figlia, la Bulma della timeline originaria inventa una macchina del tempo in un solo giorno.
Parentesi leggera numero tre: vi prego, assumetela al CNR. A qualsiasi prezzo.
C18, furibonda col marito perché ha osato abbandonarla senza spiegazioni, salta su prima che Mirai Trunks possa utilizzarla (e prima di ogni collaudo, aggiungerei io), si precipita da quel cretino di Crilin e lo fa una pezza... E si limita, considerando che ha lasciato sua figlia nelle mani di una coppia di fratelli androidi squilibrati che nel frattempo hanno localizzato una città da distruggere.
La storia, al momento in cui scrivo, è ferma a questo punto.
La trama potrebbe essere... Anzi, sarebbe molto interessante, se fosse esposta in altri termini; così, purtroppo, non è.
Partiamo dalla formattazione del testo: la storia è scritta in neretto centrato, che può anche passare come scelta stilistica, ma a mio avviso affatica “leggermente” la vista; i capitoli sono brevi e sarebbero di facile lettura, se non fosse per un orrendo effetto “monoblocco”, nonostante l’uso dell’HTML. Le battute dei dialoghi si susseguono senza alcun tag BR (eppure l’autrice lo usa, per mandare a capo i paragrafi), rendendo la lettura notevolmente difficile.
A ciò, si aggiunge una cura del testo “approssimativa”, per usare un eufemismo. C’è una quantità di errori di grammatica, spesso di una certa gravità, che potrebbe essere evitata col solo uso del correttore automatico di Word, se proprio non si ha la forza di rileggere quanto scritto: limitandoci al primo capitolo (e per tacere dell’introduzione), troviamo "intravise", "machina", "abbraciando", "pòiccolo", "avava", "splendita", "inteligente", "d’apertutto", oltre a nomi privi di maiuscola e a errori minori riguardanti termini tipici della serie "mispelled", cioè traslitterati in maniera errata. Parte di essi potrebbe essere giustificata come una serie di battiture errate, è vero (e neanche, perché in una paginetta di Word non posso trovare quindici errori!): ma perché giustificare sviste riparabili in maniera tanto semplice?
Il periodare è semplice e abbastanza fresco, ma non basta a salvare una storia che fa inarcare ben più di un sopracciglio.
Se vuoi una mano, cara Super18, sono a tua (quasi) completa disposizione. Il beta-lettore non è un correttore di bozze, è vero, ma posso anche adattarmi. Nel frattempo, il responso resta negativo fino a correzione avvenuta ed a codice HTML risistemato almeno per gli “a capo” (quindi, il voto è niente affatto definitivo - ci piacerebbe non lasciare le critiche negative tal quali, sapete?).
Vi saluto cordialmente.
Commenti
Invia nuovo commento